Kristina Kolosova è una giovane ragazza nata in Russia ma che risiede dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, per amore del blues. Tra “Folk Art” e “Naif”, una macchina fotografica al collo, serate nei juke joint e un disco sempre sul lettore, ha particolarmente colpito la nostra attenzione. Sul web è difficile reperire informazioni sul suo conto e per questo abbiamo cercato di abbassare la soglia della sua riservatezza per farsi raccontare un po’ e farci accompagnare nel suo fantastico mondo. Perché una ragazza così non può non avere interessanti storie da raccontare.

Intervista a Kristina Kolosova

Kristina Kolosova nel suo studio con una riproduzione di Lightnin’ Hopkins

Ciao Kristina, vuoi raccontarci un po’ chi è “Kristina Kolosova”?

Ciao, mi chiamo Kristina, sono scultrice e pittrice, attualmente residente a Middletown, Connecticut. Sono però nata e cresciuta a Iževsk, in Russia, e in seguito mi sono trasferita a Mosca, dove mi sono laureata all’indirizzo di Lingue e Culture Africane e Orientali presso l’Università Statale di Mosca. Poi la mia vita mi ha portato negli Stati Uniti, dove ho iniziato la mia carriera artistica a tempo pieno.

Ricordi un primo episodio che ti ha segnato la via del blues e cosa ha significato per te?

In casa, mi hanno fatto conoscere la musica blues attraverso una piccola collezione di dischi di mia madre. Prima ho scoperto B.B. King, e mi sono subito innamorata dei suoni della sua chitarra. Inutile dire che non capivo cosa stesse cantando. Ma in qualche modo sono stata attratta dal suo fascino e dal suo feeling e solo più tardi, quando ho imparato un la lingua inglese, ho confermato le mie sensazioni. Ben presto sono diventate forti e indelebili.

Il blues è la cosa al mondo che preferisco. Amo l’estetica della cultura blues, mi piace scavare in profondità nelle storie per comprendere al meglio l’aspetto sociale attorno a questo fenomeno culturale, ma anche essere una semplice ascoltatrice che ama vivere concerti blues nei club, accompagnata da qualche sorso di whisky.

La prima volta che ho partecipato ad un concerto blues dal vivo, mi ero appena trasferita a Mosca. Ho ricordi sfocati di quella sera, era una band russa. Proprio quella sera ho saputo di uno spettacolo di un bluesman di Chicago, Jimmy Burns, che sarebbe stato di lì a qualche giorno in città. Era in tour con una coppia di musicisti argentini. Quindi, potrei dire che quel concerto è stato il mio vero primo passo nel blues.

Successivamente sono stata coinvolta nella comunità blues locale e ho gestito un blog nel social network russo Vkontakte, dedicato alla musica blues.

alcuni personaggi ideati da Kristina Kolosova

Blues Art by Kristina Kolosova

Chi sono i tuoi ispiratori? Come e dove prendi ispirazione per la tua “Folk Art”?

Ero molto interessata all’arte, fin da quando ero bambina. Mentre i miei coetanei erano fuori a giocare per le strade, ho spesso preferito sfogliare libri d’arte ed esplorare il mondo delle sculture greche o i quadri di Matisse. Ho preso lezioni in una scuola d’arte locale, ma non l’ho mai finita, perché dovevo concentrarmi ai miei studi. Da quando mi sono trasferito a Mosca, mi sono spesso imbattuta in diversi artisti e persone creative che, forse inconsapevolmente, mi hanno ispirato a tornare allo studio dell’arte. Ho lavorato con ceramica nello studio di un mio amico e ho ricominciato a dipingere. Più o meno nello stesso periodo ho svolto un breve tirocinio presso l’Università di Dar Es Salam in Tanzania, ed è qui che mi sono avvicinata alla folk art locale. Quindi durante il mio primo viaggio nel Sud degli Stati Uniti, ho ammirato con maggior consapevolezza il grande patrimonio della folk art, sia nei musei a New Orleans che nelle piccole comunità locali nel Mississippi e Memphis, Tennessee.

Trovo ispirazione in tutti i diversi aspetti della cultura blues. La trovo nel modo in cui un bluesman si veste per esibirsi nei concerti o nei balli di un juke joint affollato, ma anche ovviamente nei testi di una canzone, in una scherzosa metafora o in una storica fotografia di un leggendario bluesman. Porto sempre con me una macchina fotografica ogni volta che esco per un concerto o durante i blues festival che frequento. A volte mi trovo a fissare qualcuno al bar pensando tra me e me che questo soggetto potrebbe apparire in un mio prossimo quadro!

Tra tutti posso dire che il mio insegnante Jesse Lott è a tutti gli effetti il mio mentore. Jesse è un rinomato scultore afro-americano, leggenda della folk art di Houston, Texas. L’ho incontrato in una serie di seminari presso il Project Row Houses, un’istituto artistico con sede nella storica Third Ward. Non solo mi ha insegnato i rudimenti della scultura con filo e carta, ma ha anche condiviso con me la sua visione dell’attivismo attraverso l’arte e qual è il ruolo dell’arte nel sostegno di una  Comunità. Sono solo all’inizio della mia carriera artistica, ma penso costantemente a come posso contribuire alla comunità attraverso il mio lavoro.

Come descriveresti la tua filosofia artistica? Da cosa si caratterizzano per la maggiore le tue opere?

Sono principalmente un’artista riflessiva e forse anche per questo non sono ancora sicura che sia corretto nominare la mia arte “folk art”. Preferirei usare “naif” per descriverla. Interpreto principalmente musicisti blues o animali antropomorfi, che mirano ad essere anche musicisti. Il mio messaggio principale è di convincere lo spettatore a prestare attenzione alle tantissime sfumature di questo genere musicale, alla sua ricca storia e alla sua resistenza. Dobbiamo riconoscere che nella storia, gran parte della sua industria musicale, riservava un ingiusto trattamento agli artisti afroamericani, anche se allo stesso tempo offriva una delle prime piattaforme, dove i neri potevano far sentire la propria voce, così grazie a queste al giorno d’oggi possiamo capire da tutte queste registrazioni le difficoltà che la comunità afro-americana ha dovuto affrontare da secoli. Ma possiamo anche conoscere la vitalità, la resistenza e la gioia, che ancora oggi possiamo celebrare.

Questo tipo di musica era originariamente eseguita nei juke joint per un particolare motivo: le persone si radunavano per festeggiare la fine di una dura settimana lavorativa e dedicarsi a semplici gioie e passioni. Il blues ha un ricco vocabolario metaforico, il suo linguaggio può essere scherzoso, ammiccante, gioioso, autoironico, divertente o doloroso. Ma anche nella descrizione dei momenti più bui ha sempre un messaggio speranza, è una musica che ti sa sollevare al di sopra delle difficoltà. I bluesmen poi, sono i personaggi più interessanti che potresti mai incontrare nella tua vita. Il solo loro atteggiamento costituisce una sfida molto eccitante per farne un ritratto. Mi piace studiare i comportamenti e adoro scavare nei dettagli, nei significati nascosti e trovare un collegamenti segreti. Alle volte è necessario quasi un intero storico del soggetto e una ricerca antropologica. Cerco sempre di evidenziare il lato gioioso e festoso delle blues performance, perché voglio regalare un sorriso e un pizzico di speranza, anche nel momento in cui pensi alla complessità dei miei personaggi.  Dare un’apparente semplicità ed ordine alle forme è il mio compito. A volte aggiungo un tocco stravagante al mio lavoro …frutto della mia fantasia. Va presa così, è la mia arte.

Com’è stata la tua prima esperienza seguita poi dalla scelta di vivere negli Stati Uniti? Vuoi raccontare qualche aneddoto divertente?

Ho trascorso due anni a Houston, in Texas e fin dai primi giorni viaggiavo di città in città, quelle più significative per la musica blues e jazz (New Orleans, Memphis, Clarksdale…). Ogni ricordo porta in sé un’avventura alla scoperta dell’arte e del blues. Ogni volta che ricordo quei momenti mi viene il sorriso sul viso. Ho amato tutte quelle mie esperienze. Aver vissuto nel Sud, è  stato il miglior modo per imparare ad osservare in prima persona la cultura che amo. I miei primi tre ricordi sono la mia prima visita all’iconico club blues Silver Slipper di Houston, quando ho lavorato alla mia prima scultura per Piñata Fest assieme a Jesse Lott e al mio grande amico e straordinario fumettista John Branch e la guida al buio da un blues club all’altro con due musicisti blues – il mio amico Harp e il grande Linsey Alexander nelle strade di Chicago. Di recente io e mio marito siamo tornati negli Stati Uniti, ora ci troviamo Connecticut. La vita quassù è troppo diversa e ad essere sincera devo ancora trovare la mia dimensione.

Come e quando hai scelto il nome d’arte “Bluesyghetto”?

È stato un po’ casuale fin dall’inizio, in relazione al momento in cui ho deciso di registrare il mio account su Instagram per far conoscere le mie opere. La verità è che sono un po’ impacciata nell’inventarmi nomi per qualcosa, anche per me stessa! Volevo che il mio soprannome fosse un pò “bluesy” e un pò “cool”. A quel tempo mi ero molto appassionata al filone cinematografico della blaxploitation e sicuramente questo ha influenzato la seconda parte del mio soprannome.

Quale tra i tanti bluesmen ti sarebbe maggiormente piaciuto incontrare?

Questa è una domanda difficile. Avrei voluto ascoltare ed incontrare molti di bluesmen del passato. Ma soprattutto, mi sarebbe piaciuto molto ascoltare le storie di Lightnin’ Hopkins’, che ritengo essere uno dei bluesmen più carismatici di tutti i tempi. Avrei voluto chiedere a Johnny Shines dei suoi giorni passati in compagnia di Robert Johnson. Mi sarebbe piaciuto molto poter chiedere a B.B. King della sua esperienza in Unione Sovietica e successivamente in Russia.

Tra tutti quali sono i tuoi bluesmen preferiti, sia tra le figure storiche che tra quelli di nuova generazione? Qual è, per esempio, l’ultimo disco che hai ascoltato?

Questa è un’altra domanda difficile. È sempre difficile scegliere qualcuno tra un infinito numero di artisti. Adoro tutti e tre i Re di blues, B.B., Albert e Freddie. Adoro anche Lightnin’ Hopkins, ovviamente. A quel tempo ce n’erano molti di più. Parlando di artisti contemporanei, direi, che  sono davvero curiosa di seguire le avventure musicali di giovani artisti come Christone “Kingfish” Ingram e della giovane band Southern Avenue di Memphis. Ci sono così tanti grandi artisti “vecchiotti” che ammiro, in effetti. Ultimamente stavo ascoltando Shuggie Otis, in particolare “Shuggie’s Boogie: Shuggie Otis Plays The Blues ”. L’ho ascoltato innumerevoli volte. Presto molta attenzione anche ai progetti di Sugaray Rayford e alle produzioni della Duke-Peacock Records, che sono sempre accanto al mio lettore.

Un dipinto di Kristina Kolosova

Un dipinto di Kristina Kolosova

Infine, vuoi dire a tutti i lettori dove possono acquistare i tuoi dipinti e le tue sculture?

Attualmente ricevo commissioni attraverso il mio account Instagram @bluesyghetto. Le persone possono contattarmi lì oppure semplicemente via e-mail. Una volta contattata, darò tutte le informazioni sul mio lavoro, i miei dipinti e sculture, dimensioni, materiali, spedizioni e prezzi.

Il lancio di un sito web personale è nei miei prossimi piani, per ora utilizzo principalmente Instagram. Grazie di cuore per la tua attenzione. Ciao!

Grazie a te Kristina, per la tua disponibilità e per i tuoi interessanti racconti. Ci auguriamo che tanti “blues lover” italiani potranno conoscerti meglio e commissionare alcune delle tue bellissime opere.
A presto!

https://www.instagram.com/bluesyghetto/